Seppur fondamentali, le conoscenze teoriche spesso si rivelano come un doppio taglio nella realtà organizzativa. L’acquisizione di competenze teoriche nel campo legale, economico-finanziario o tecnologico è un punto di partenza imprescindibile, ma ciò che veramente differenzia un leader di successo è la sua capacità di rompere le catene della teoria e tradurre queste conoscenze in azioni pratiche.
Con la sola dottrina non si vince
Leone Tosltoj in Guerra e Pace descrive bene come il generale Karl Ludwig von Phull, stratega prussiano al servizio dell’imperatore russo Alessandro I, fosse “ uno di quegli individui disperatamente, incrollabilmente sicuri di se stessi, sicuri fino al martirio”.
Egli era un teorico della strategia militare, con una ostinata fede nelle sue teorie, che facendo affidamento sul campo fortificato realizzato nei pressi della Dvina1 presso la città di Drissa2, elaborò un piano che si rivelò insostenibile.
Il risultato della sconfinata fiducia nella dottrina fu che, a causa della scarsa qualità della posizione difensiva – tra l’altro decisa sulle mappe, senza una vera conoscenza del terreno – e della considerevole superiorità dell’esercito di Napoleone e dei suoi alleati, i primi giorni di luglio del 1812, i russi dovettero intraprendere una precipitosa ritirata davanti all’avanzata delle forze francesi.
La dottrina, ovvero una “pseudo-conoscenza della verità assoluta”
Tolstoj descrive Von Phull come un “teorico, invasato a tal punto dalla sua teoria, da dimenticarne addirittura lo scopo, l’applicazione pratica”. Per il grande autore russo, il generale “al suo amore per la teoria si contrapponeva l’odio per ogni attuazione concreta, di cui non ne voleva sentir parlare”.
La fiducia incrollabile del generale gli derivava dal credere ciecamente nella dottrina “dei movimenti obliqui” da lui elaborata sulla scorta dello studio delle cronache belliche nel corso della storia.
Aveva subito già dure sconfitte, nel 1806 a Jena e Auerstadt, sempre contro Napoleone, attribuendone però la causa alla mancata applicazione rigorosa della sua dottrina e non gli pungeva minimamente vaghezza che, molto più probabilmente, fosse la teoria stessa ad essere inapplicabile. Questo perché, sempre come dice Tolstoj in Guerra e Pace, il generale Von Phull “Si rallegrava persino degli insuccessi, perché gli smacchi dovuti dall’essersi scostati dalla teoria a favore della pratica, non facevano che confermargli la validità della sua teoria”.
Un teorico ostinato è un pericolo per ogni organizzazione
Dopo questa breve ma significativa digressione storico-letteraria, veniamo alla realtà delle organizzazioni che noi conosciamo e di come un individuo, ostinato nel suo approccio teorico, possa essere una minaccia palpabile per qualsiasi struttura organizzativa.
Chiunque abbia avuto l’occasione di interagire con un soggetto barricato dietro il suo arsenale di teoremi, protocolli, norme di principio e procedure burocratiche, sa quanto può essere frustrante.
In ogni contesto organizzativo, che sia un’azienda o un ente pubblico, è inevitabile che vi si trovi qualcuno che applica pedissequamente le teorie apprese e le procedure standardizzate, incapace di discernere situazioni particolari o casi eccezionali nella mutevolezza dei contesti.
Una persona così fatta affronta ogni circostanza con una rigida applicazione della teoria, senza considerare la complessità del mondo reale. La situazione si complica ulteriormente quando un individuo di questo tipo assume ruoli di responsabilità.

La correttezza della liturgia e la precisione della procedura diventano il fulcro della sua attenzione, a discapito della comprensione del motivo per cui l’organizzazione esiste in primo luogo. La sua ossessione per il formato dei documenti e la correttezza formale del processo può portarlo a perdere di vista completamente gli obiettivi fondamentali dell’impresa e la reale missione dell’organizzazione.
In pratica, la cieca dedizione alla forma può far sì che si perda di vista la sostanza e il significato più ampio delle azioni intraprese.
Un soggetto del genere è fortemente orientato ad un solo aspetto di un qualsiasi progetto. Può perdersi completamente nelle soluzioni tecniche più ardite, trascurando di verificarne la fattibilità e la sostenibilità, perchè innamorato del proprio punto di vista, non ha interesse verso tutti gli altri aspetti da curare e necessari a trasformare qualsiasi idea potenzialmente valida in realtà.
La dedizione esclusiva a una determinata area di competenza si traduce in un’eccellente conoscenza della materia e una padronanza dettagliata delle teorie associate. Tuttavia, la sua limitata prospettiva e l’assenza di interesse verso gli altri aspetti cruciali della gestione organizzativa impediscono la comprensione dell’effettivo impatto delle sue decisioni sulla realtà pratica.
In questo contesto, la vasta competenza specializzata non si traduce automaticamente in una capacità di valutare il quadro d’insieme. La mancanza di interesse per gli aspetti complementari e l’incapacità di osservare gli effetti concreti dell’applicazione pratica delle teorie limitano la prospettiva di questo tipo di professionista. Di conseguenza, gli sfugge la comprensione critica necessaria per valutare se l’organizzazione sta procedendo correttamente nella direzione degli obiettivi prefissati.
Questo atteggiamento ristretto può risultare particolarmente dannoso quando questo individuo è coinvolto nella gestione di progetti, poiché potrebbe non essere in grado di valutare in modo adeguato se il progetto stesso sta contribuendo ai benefici attesi per il cliente. La sua mancanza di visione d’insieme può comportare la realizzazione di obiettivi parziali, trascurando l’importanza di armonizzare gli aspetti legali, finanziari e tecnici per raggiungere una soluzione completa e sostenibile.
Come un organizzazione può sopravvivere ad un capo “dottrinale”
Un leader che, seppur competente, si caratterizza per essere un teorico ostinato, ancorato rigidamente alle sue posizioni dottrinali, risulta inadatto a mantenere quella posizione di leadership e dovrebbe essere prontamente rimosso.
La competenza teorica potrebbe trovarsi in un contesto più adatto, come nell’insegnamento o nello studio approfondito di teorie, ma assegnare a una figura del genere la responsabilità dell’impiego di risorse economiche, umane e tecnologiche è rischioso e controproducente.

La natura ostinata di questo genere di individui, talvolta accompagnata da un EGO ipertrofico, potrebbe ostacolare la capacità di adattamento alle mutevoli esigenze dell’organizzazione. La mancanza di flessibilità nel considerare altre possibili soluzioni o punti di vista e la rigidità nelle posizioni dottrinali, portano a decisioni che non tengono conto della realtà pratica e delle dinamiche aziendali, peraltro in continua evoluzione. Ancora più grave è il fatto di non accettare critiche o consigli.
In particolare, quando si tratta di gestire risorse economiche, umane e tecnologiche, è essenziale avere una prospettiva pratica e flessibile. Un leader che si aggrappa esclusivamente a teorie e dottrine potrebbe ignorare le opportunità emergenti, trascurare il benessere del personale e compromettere la capacità dell’organizzazione di adottare soluzioni innovative e efficienti.
Rimuovere un capo articolazione di questo tipo non è una mera questione di competenza, ma di adattabilità e capacità di gestione del cambiamento. Affidare la direzione di risorse così vitali a una figura più aperta, flessibile e orientata alla pratica può contribuire al successo complessivo dell’organizzazione.
Cosa fare se si ha a che fare con un manager con questo tipo di atteggiamento?
Quando ci si trova a gestire un manager le cui responsabilità sono circoscritte a singoli progetti o specifici processi, l’opzione più sensata non è l’allontanamento, piuttosto è meglio ricollocarlo in un contesto più adatto alla sua indole poco prgmatica. Questi professionisti, specializzati in ambiti specifici, possono rappresentare risorse preziose se integrati in un team, evitando di affidargli progetti che richiedono competenze trasversali, che difatti costituiscono la maggioranza delle situazioni.

Inserire tali manager in un team multidisciplinare, affiancati da altri esperti e posti sotto la supervisione di un capo team pragmatico, può essere la migliore soluzione. In questo modo, il bagaglio di competenze specializzate può essere sfruttato al massimo senza esporli a situazioni in cui la mancanza di competenze trasversali potrebbe rappresentare una limitazione.
La presenza di un capo team pragmatico, con una visione più ampia e la capacità di gestire in modo efficace le dinamiche interne del team, può fungere da collante. Supervisionando il lavoro del manager specializzato, il capo team può garantire una migliore integrazione delle competenze, facilitare la comunicazione tra i membri del team e assicurarsi che il progetto complessivo si sviluppi in modo armonico.
In definitiva, riconoscere e sfruttare le competenze specializzate di questi manager in contesti appropriati, con una gestione oculata all’interno di un team più ampio, può favorire la massimizzazione delle loro capacità e contribuire al successo complessivo dell’organizzazione.
In conclusione
Le conoscenze teoriche sono una base fondamentale per la leadership, ma non sono sufficienti. Un leader efficace deve saper tradurre la teoria in pratica, adattandola alle specificità dell’organizzazione e valutandone criticamente l’efficacia.
Rigidità e flessibilità devono bilanciarsi ed essere mantenute in un equilibrio delicato. Le metodologie e i protocolli sono utili per ridurre l’incertezza, ma non devono essere eccessivamente rigidi. Altrimenti è come scendere uno slalom con porte fatte di pali di ferro. Dopo poche curve e qualche frattura a spalle e gambe, la velocità di discesa dovrà essere drammaticamente ridotta per arrivare al traguardo sani e salvi.
Ecco perchè un leader capace deve essere anche pragmatico e deve saper mantenere l’equilibrio tra la struttura (necessaria) e la flessibilità (richiesta) per affrontare scenari in continua evoluzione.
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